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Sapete dominare la mente?

attenti a come parliamo

 

Quali pensieri vanno controllati e dominati?

 

Non certo quelli che sono “nostri” cioè quei pensieri che scaturiscono da un atto di volontà e che sono finalizzati al raggiungimento di uno scopo, di un obiettivo, finalizzati alla programmazione e alla pianificazione di progetti …. bensì quei pensieri  involontari e compulsivi che non ci appartengono, ma ci “accadono”, pensieri legati alle preoccupazioni per il futuro,  pensieri che attingono dal nostro “corpo di dolore” mali di ogni genere: torti subiti, traumi, soprusi, dolori, ricordi spiacevoli, paure, fallimenti, insuccessi, sensi di colpa…

Si tratta di pensieri che generano continui monologhi interiori, pensieri deprimenti, autolimitanti che assorbono parecchia energia e catturano la nostra attenzione generando emozioni negative molto nocive.

Cosa fare per neutralizzare e dominare questi pensieri? Innanzitutto  è importante capire che questi pensieri non possono, in una certa misura, non esserci, perché la nostra mente ha perso il suo stato di grazia, reca purtroppo  l’impronta dell’imperfezione adamica.

Tutto ciò che di brutto e di negativo ci è capitato nella vita, è stato registrato nel nostro inconscio con il suo carico dettagliato di emozioni e sensazioni. È tutto là, archiviato, registrato, catalogato, pronto a riaffiorare quando meno ce lo aspettiamo e la mente di superficie attinge a questo archivio in continuazione, richiamando sensazioni, emozioni, ricordi.

Il corpo di dolore alimenta pensieri ed emozioni negative

Eckart Tolle chiama  questo archivio “corpo di dolore”, il corpo di dolore è  un’entità vera e propria, un campo energetico installato nel nostro inconscio,

È la registrazione dei fatti spiacevoli del nostro passato, la registrazione delle emozioni negative e di tutte le ferite dell’anima, non solo quelle che fanno parte del nostro vissuto, della nostra esperienza di vita, ma anche quelle che abbiamo ereditato dai nostri genitori, più precisamente dal corpo di dolore dei nostri genitori, perché l’energia negativa di tale corpo anche se silente, cioè non espressamente manifestata, è stata comunque da noi assorbita in qualche misura e in proporzione al grado di sensibilità individuale.

Va ricordato infatti  che un corpo di dolore represso, cioè tenuto nascosto, è più tossico e distruttivo di un corpo di dolore palese (non basta nascondere per mantenere un’aura positiva, bisogna diventare consapevoli).

In alcune persone il corpo di dolore resta latente, nel senso che c’è, ma affiora di tanto in tanto quando qualcosa della nostra realtà presente lo richiama, entra in risonanza con il suo stesso tipo di energia; altre persone invece vivono costantemente o quasi costantemente immerse nel loro corpo di dolore.

In taluni casi il corpo di dolore con la sua carica emozionale è così forte da spingere la persona al suicidio per cui non è tanto il problema in sé che porta a compiere il gesto estremo, quanto la forza distruttiva del corpo di dolore che è stata risvegliata dal problema.

Si pensi alla strage dell’Airbus sulle Alpi francese voluta dal pilota Andreas Lubitz, il quale spinto dalla depressione e da un corpo di dolore marcato, si è volontariamente schiantato  contro la montagna provocando la morte di 150 persone.

Il procuratore non ha voluto parlare di suicidio, perché non ci si può suicidare, ha detto, quando si ha la responsabilità della vita di 150 persone.

Purtroppo il corpo di dolore non è un’entità ragionevole e  la sua carica emozionale è talora così distruttiva da avvertire forte l’esigenza di creare dolore non solo a sé, ma anche agli altri per cui si diventa nel contempo vittime e carnefice.

Il corpo di dolore è un corpo e come tutti i corpi ha bisogno di nutrimento, il suo nutrimento è il dolore, solo il dolore.

Quando il corpo di dolore ci domina, si impadronisce di noi, ha bisogno di alimentarsi col dolore, ha bisogno di creare o ricevere altro dolore e in alcuni casi  può trasformarsi in un vero e proprio demone che crea “tragedia”;  in altri casi quando il suo risveglio è “soft”, si avverte dentro quell’ umore nero, quel misto indecifrabile di emozioni negative che senza motivo ci spinge ad attaccare, ferire, litigare… ci spinge insomma a infliggere dolore in qualche misura.

In alcune donne il corpo di dolore si risveglia nel periodo che precede il mestruo ed è causa di un repentino calo di umore, di irritazione, nervosismo, sentimenti negativi…

Cosa fare per dominare la mente e il corpo di dolore?

Il primo passo da compiere è avere contezza dell’esistenza di questo corpo di dolore, dobbiamo prendere atto che in noi c’è quest’entità energetica, dobbiamo osservarne i meccanismi così da diventare “consapevoli”.

La consapevolezza  è luce che dissipa le tenebre e ci permette di “dominare” anziché essere dominati, di “possedere” anziché essere posseduti.

 Il secondo passo consiste nella disidentificazione: i pensieri involontari con la loro forte carica emozionale non vanno presi sul serio perché non sono nostri, dobbiamo semplicemente osservarli senza giudicarli, condannarli, reprimerli.

L’osservazione crea distacco tra l’osservatore e l’entità pensante, chi osserva non può essere ciò che è osservato, quindi gradualmente l’osservazione ci permetterà di prendere le dovute distanze dalla  mente e capire che noi non siamo la nostra mente e che la mente inganna, mente.

Osservazione distaccata non significa comunque rifiuto o repressione dei nostri pensieri e del nostro corpo di dolore, ma consapevolezza, comprensione dei meccanismi che regolano il nostro apparato psicofisico.

Significa prendere le distanze, non identificarsi, il che impedisce a queste due entità di impadronirsi di noi e di alimentarsi tramite noi creando esperienze che riflettono la loro stessa frequenza energetica negativa.

L’osservazione  crea distacco, toglie energia e potere al nostro corpo di dolore, lo neutralizza e  trasforma come in un processo alchemico il piombo in oro, l’ emozione negativa in emozione positiva.

È  sufficiente pertanto osservare i pensieri, osservare la carica emozionale del nostro corpo di dolore, senza esserne spaventati, atterriti,  senza reagire, dobbiamo semplicemente sentire e accettare ciò che prova il nostro apparato psicofisico e l’accettazione innescherà la trasmutazione alchemica.

L’accettazione di ciò che proviamo, l’accettazione di tutto ciò che ci capita, di tutto ciò che si presenta nella nostra esistenza, unitamente al vivere nel qui e ora può operare grandi cambiamenti nella nostra vita, veri e propri miracoli.

Ma cosa significa “accettare”? Cosa significa vivere nell’adesso, nel qui e ora?  Lo vedremo nel prossimo articolo

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