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Gli errori della comunicazione: le generalizzazioni

generalizzazioni

L’arte di fare domande per capire cosa si nasconde dietro le generalizzazioni

 

Buona parte di ciò che diciamo è fatto null’altro che di generalizzazioni e presupposti insensati, quella sorta di pigro linguaggio che rende impossibile la vera comunicazione. Se le persone dicessero con precisione quali esattamente sono le loro preoccupazioni e se voi poteste scoprire che cosa vogliono per farle cessare, potreste affrontare il problema; ma se fanno ricorso a locuzioni e generalizzazioni vaghe, vi trovate a essere sperduti nella loro stessa nebbia mentale.

Il segreto di una efficace comunicazione sta nell’andare al di là di quella nebbia. Ci sono infiniti modi di sabotare l’effettiva comunicazione servendosi di un linguaggio pigro, tutto generalizzazioni. Se volete comunicare in maniera efficace, dovete essere pronti a cogliere la chiacchiera insensata quando si manifesta e sapere come porre le domande che danno modo di giungere alle questioni specifiche.

Lo scopo della precisione linguistica consiste nel raccogliere il massimo di informazioni possibili. Se qualcuno vi dice che non può fare qualcosa, qual è il segnale che invia al proprio cervello? Sicuramente un segnale limitante che gli rende impossibile fare quella particolare cosa. Se chiedete alle persone perché non possono fare qualcosa o perché devono fare qualcosa che non hanno voglia di fare, di solito, costaterete, non sono certo a corto di risposte.

Il modo di rompere quel circolo vizioso consiste nel chiedere: “Che cosa accadrebbe se tu fossi capace di farlo?” Porre questa domanda istituisce una possibilità di cui prima gli individui non erano consapevoli e li induce a prendere in considerazione il prodotto della loro attività.

Lo stesso procedimento è applicabile al dialogo interno. Quando vi capita di dirvi: “Questo non posso farlo”, chiedetevi subito: “Che cosa accadrebbe se io fossi in grado di farlo?” La risposta sarà un elenco di azioni e sentimenti positivi e produttivi che creano nuove rappresentazioni di possibilità, quindi nuovi stati d’animo, nuove azioni, e potenzialmente nuovi risultati. Il semplice fatto di porre a voi stessi quella domanda, comincerà a cambiare la vostra fisiologia e il vostro modo di pensare, offrendovi nuove possibilità.

Potete anche chiedervi: “Che cosa mi impedisce di fare adesso quella certa cosa?”, rendendo in tal modo chiaro a voi stessi che cosa specificamente bisogna che cambiate. Chiedetevi anche:”Come precisamente?” Ricordate che il vostro cervello, per funzionare in maniera efficiente, ha bisogno di segnali chiari, e che un linguaggio confuso e un pensiero nebuloso intontiscono il cervello.

Se qualcuno afferma: “Mi sento depresso”, non fa altro che descrivere uno stato di ristagno; non vi dice niente di specifico, non vi fornisce alcuna informazione sulla quale si possa lavorare in maniera concreta. Se dunque qualcuno vi dice che è depresso, chiedetegli come precisamente è depresso, che cosa specificamente lo fa sentire in quello stato.

Se dunque chiedete all’altro di essere più preciso, la sua risposta potrà per esempio suonare: “Sono depresso perché faccio sempre confusione con il mio lavoro”. A questo punto chiedetegli: “Combini sempre confusione con il tuo lavoro?” Con ogni probabilità, la risposta suonerà: “Be’, non sempre”. Giungendo alle specificità, vi siete messi sulla strada dell’identificazione di un problema da poter concretamente affrontare.  Di solito accade che una persona abbia combinato pasticci in un campo ristretto e li abbia assunti a simbolo di gravi carenze che esistono solo nella sua mente.

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Facciamo altri esempi che rendano chiaro quanto sia importante saper fare le domande giuste. Ad esempio, ogniqualvolta sentite pronunciare pronomi designanti individui, località o cose nel contesto di un’affermazione generalizzante, domandate: “Chi o che cosa precisamente?” I pronomi non specifici costituiscono una delle peggiori forme di nebulosità verbale. Quante volte vi è capitato di sentire qualcuno affermare “loro non mi capiscono” oppure “loro non vogliono darmi una chance vera”, ma chi sono specificamente quei “loro”?

Se si tratta di un’azienda, ci sarà probabilmente una persona che formula certe decisioni e dunque dovrete trovare il modo di individuare la persona in carne e ossa che prende le decisioni concrete. Un “loro” anonimo può condurvi a prendere la peggiore delle cantonate. Se si ignora chi sono i “loro”, ci si sente impotenti, incapaci di cambiare la propria situazione; ma se si focalizza la propria attenzione su individui specifici, si può riacquistare il controllo della situazione.

Se chiedete a qualcuno cosa lo turba o cosa non va, otterrete una dissertazione sull’argomento. Se invece gli chiedete: “Cosa vuoi?” o “Come vuoi cambiare le cose?”, avrete deviato la conversazione dal problema alla soluzione. In ogni situazione, per quanto disastrosa, c’è sempre un esito desiderabile cui pervenire, e il vostro obiettivo dovrebbe consistere nel cambiare la direzione, nel puntare su quell’esito allontanandovi dal problema. Lo potrete fare ponendo le domande giuste. Ce ne sono molte.

C’è un’altra importante considerazione da fare: preferite sempre le domande relative al “come” rispetto a quelle relative al “perché”. Queste seconde possono fornirvi ragioni, spiegazioni, giustificazioni e scuse, ma di solito non vi mettono a disposizione utili informazioni.

Non chiedete a vostro figlio perché incontra difficoltà con l’algebra, ma piuttosto di che cosa ha bisogno per ottenere risultati migliori. Inutile chiedere a un collaboratore perché non è riuscito a ottenere un certo contratto al quale tenevate: chiedetegli piuttosto come può cambiare in modo da darvi la certezza che la prossima volta non farà cilecca.

I buoni comunicatori non si curano di razionalizzare le ragioni per le quali qualcosa è andata storta, ma mirano piuttosto a scoprire come si può farla andare a buon fine, e le domande giuste vi avvieranno appunto in quella direzione.

Ogni vostra comunicazione con altri e con voi stessi dovrebbe muovere dal presupposto che tutto ha uno scopo e che potete servirvene per ottenere i risultati sperati. Ciò significa che le vostre capacità di comunicare dovrebbero essere il riflesso di un atteggiamento positivo, e non già fallimentare.

Se state componendo un puzzle e uno dei pezzi non trova la sua collocazione, non per questo lo prendete per un fallimento: non smettete di occuparvi del puzzle, lo considerate semplicemente un avvertimento, vi rendete conto che dovete provare con un altro pezzo in apparenza più promettente.

E utile servirsi della stessa regola generale nelle vostre comunicazioni. C’è sempre una domanda o una frase specifica suscettibile di trasformare quasi ogni problema in comunicazione. Se vi attenete ai principi generali che abbiamo illustrato in questo post, sarete in grado di trovare l’una e l’altra in ogni situazione

Questo articolo è tratto dal libro Come ottenere il meglio da sé e dagli altri di Anthony Robbins

Le generalizzazioni tratto dal libro Come ottenere il meglio da sè e dagli altri di Anthony Robbins

 

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