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Le tre "p" che ci rendono incapaci

Le tre “p” che ci rendono incapaci

 

Sei curioso di sapere quali sono le tre “p” che ci rendono incapaci? Ti anticipo che si tratta di generalizzazioni che tendono a distorcere la nostra realtà. In particolare ve ne sono alcune dagli effetti notevolmente depotenzianti che usiamo ogni qualvolta sperimentiamo un insuccesso.

Saper interpretare nel modo giusto errori, sconfitte e avversità è di fondamentale importanza nell’economia della nostra vita. Le esperienze che viviamo ci portano a creare credenze errate su noi stessi o su ciò che possiamo o non possiamo fare.

Martin Seligman, della University of Pennsylvania, nel suo libro Imparare l’ottimismo,  fa riferimento a «le tre “p” che ci rendono incapaci» per definire tre tipi di generalizzazioni le quali generano credenze che sfociano nell’incapacità appresa, cioè in un atteggiamento mentale che ci porta a sentirci impotenti e incapaci di fronte a situazioni difficili, come se fosse inutile ogni sforzo per cambiare la situazione.

È facile tenere a mente queste tre categorie di generalizzazioni  perché tutte e tre cominciano con la lettera «P»:

  1. Permanenza.

Comprende tutte quelle generalizzazioni che rendono un problema permanente, sviluppando convinzioni del tipo: «Sarà così per sempre!» 

Di fronte a un insuccesso iniziamo a ripeterci che non saremo mai capaci di ottenere quel determinato risultato, che nonostante l’impegno la situazione non cambierà.

Spesso, quando viviamo un problema, non riusciamo a intravedere la possibilità che nel futuro le cose possano andare diversamente e finiamo per rendere permanente nei nostri pensieri la difficoltà del momento con affermazioni tipo: «Non troverò mai più un’altra come lei!», «Qualsiasi cosa gli dica, non cambierà mai!», «Va a finire sempre così… ».

Ricordati una cosa e fissatela bene in testa: nessun problema è permanente! Chi tende a vedere i suoi problemi come tali, è destinato a continui insuccessi.

La capacità di dire: «Anche questa presto passerà», la consapevolezza che «dopo la pioggia vien sempre il sereno» e che nella nostra vita si alternano sempre momenti più o meno positivi, permette di credere sempre che possiamo comunque cambiare la situazione, che abbiamo il potere di trovare una via di uscita.

2. Pervasività.

A volte permettiamo a una difficoltà di condizionare tutta la nostra vita, completamente. Immagina una persona che ha grossi problemi sul lavoro che la rendono ansiosa, tesa e preoccupata.

Gli altri aspetti della sua esistenza sono più che soddisfacenti: ottima salute, amici che le vogliono bene, famiglia unita e mille opportunità a disposizione. Ma il suo lavoro è per lei davvero importante e questa situazione difficile la tormenta, facendola sentire inadeguata e frustrata.

Incontrando un amico che le domanda: «Come vanno le cose?», è possibile che la sua risposta sia: «Male, la mia vita è un disastro e niente va come vorrei!», quando magari il solo aspetto della sua vita che al momento non va come vorrebbe è quello lavorativo.

 

Le tre "p" che ci rendono incapaci - tratto da "Leader di te stesso"

 

Ma quando riponiamo tutte le nostre speranze, aspirazioni e desideri in un unico aspetto della nostra vita o, peggio ancora, in un’unica persona o in un’unica attività, se le cose non vanno come vorremmo, potremmo pensare che tutta la nostra vita non abbia più senso ed è allora che l’intera esistenza diventa una catastrofe.

Tutto questo lo facciamo anche in positivo e, a volte, si rivela altrettanto dannoso: infatti, quando ci va bene un aspetto della nostra vita sul quale ci siamo particolarmente impegnati, l’esperienza positiva tende a contagiare tutto il resto, facendoci sentire i «re del mondo».

Questo è sicuramente positivo, a meno che non sia un modo per drogarsi di positività, illudendosi che tutto vada bene, quando in realtà, per ottenere quel risultato abbiamo distrutto altri importanti aspetti della nostra vita, come le relazioni, la salute, i rapporti interpersonali, le finanze…

3. Personalità.

L’ultima categoria di generalizzazioni che crea l’incapacità appresa è quella che va a toccare la sfera personale, cioè quando le nostre affermazioni sottintendono che il problema non risiede nella situazione in sé, ma nella nostra identità.

«Questa cosa non fa per me! Non sono proprio portato!» Con queste frasi il messaggio che diamo alla nostra mente è: «Sono io il problema». Non stiamo più dicendo a noi stessi che abbiamo sbagliato, ma che siamo sbagliati.

Cioè il problema non è più applicare una strategia sbagliata, ma è il nostro senso di inadeguatezza nei confronti di questa cosa ed è chiaro che se il problema sono io, potrò cambiare ciò che faccio, ma non ciò che sono e questo costituirà un buon motivo per poter affermare di non essere in grado di fare qualcosa.

Pensa a un’attività nella quale ti consideri oggettivamente incapace. Magari pensi di essere negato in matematica o nell’uso del computer o in una qualsiasi altra disciplina.

Ciò accade perché non era davvero nelle tue potenzialità imparare quella materia oppure perché, a un certo punto del tuo processo di apprendimento, ti sei trovato a dare il via, nella tua mente, a una o più delle generalizzazioni di cui abbiamo appena parlato e hai prodotto le credenze che ti hanno condizionato negativamente?

Attento dunque a non generalizzare e tieni sempre a mente le tre “p” che ci rendono incapaci:

  1. “permanenza”: nessun problema è permanente
  2. “pervasività”: un problema in un particolare aspetto della tua vita non deve mai farti  dimenticare gli altri aspetti positivi
  3. “personalità”: qualunque sia la sfida da affrontare, puoi farcela, sarai un vincente se solo lo credi.

Tratto dal libro “Leader di te stesso”

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Significato del termine coach

Il termine coach deriva dall’inglese coach  e dal francese coche. Entrambi i termini significano letteralmente “carrozza”, “vettura” e suggeriscono l’idea di “trasporto”, “guida” , quindi il coach è colui che guida verso:

  • Il cambiamento.
  • La trasformazione.
  • La definizione di obiettivi chiari e specifici.
  • La scoperta delle proprie risorse e potenzialità.
  • L’esplorazione di nuove possibilità e soluzioni.

In Inghilterra, nel XIX secolo, il termine coach veniva usato dagli studenti universitari per indicare i loro tutor. Negli Stati Uniti il termine nasce in ambito sportivo per indicare l’allenatore, il responsabile non solo della conduzione tecnica di una squadra, ma anche del supporto emotivo necessario per sviluppare lo spirito di gruppo e affrontare gli avversari con maggiore carica e sicurezza.

L’enciclopedia Wikipedia ci dà una definizione di coach a mio avviso molto azzeccata: “Il coach è colui che accompagna la persona verso il massimo rendimento attraverso un processo autonomo di apprendimento”.

Questo significa che il coach non dà suggerimenti, non confeziona soluzioni, ma parte dall’unicità della persona per guidarla alla scoperta del suo potenziale latente. Capite adesso? Il coach non vi dà il pesce, vi insegna a pescarlo, vi rende autonomi così che possiate diventare coach di voi stessi attraverso:

  • La scoperta delle vostre potenzialità.
  • La valorizzazione delle vostre risorse.
  • L’apertura verso nuovi punti di vista.

Cosa non è un coach?

Il coach non è:

  • uno psichiatra
  • un neurologo
  • uno psicoterapeuta
  • un consulente

Il coach non si occupa di malattie mentali, non prescrive terapie farmacologiche, non cura patologie. Dal suo campo sono escluse tutte le patologie psicologiche e le patologie in genere, non è un consulente pagato per fornire risposte, piuttosto pone domande, guida la persona ad avere chiarezza di obiettivi e raggiungerli attingendo esclusivamente al proprio potenziale, quindi il coach è un personal trainer dei risultati.

Come comportarsi da coach

Se siete genitori, insegnanti, datori di lavoro, manager, imprenditori o persone cui gli altri si rivolgono spesso per una dritta, sapete comportarvi da coach?

Quali azioni compie il coach?

  1. Parla e agisce in maniera positiva.
  2. Sa dare e ricevere feedback efficaci.
  3. Sa valorizzare, motivare, sostenere, rinforzare.
  4. Sa ascoltare.
  5. Sa essere incisivo.
  6. Sa fare domande mirate.

Cosa significa fare domande mirate?

Le domande mirate sono domande pensate e studiate al fine di raccogliere dati e informazioni così da:

  • Avere un quadro chiaro della situazione.
  • Leggere meglio il contesto.
  • Individuare nuove chiavi di lettura della realtà.
  • Esplorare nuove possibilità.
  • Sapere quali tasti toccare per guidare nell’apprendimento.
  • Sapere come guidare nella gestione di un presunto problema.

Perché il coach fa domande?

  • Per attivare nuovi punti di vista.
  • Per stimolare un pensiero creativo.
  • Per aiutare la persona ad accedere alle proprie risorse.
    •  Escogitare nuove possibilità.
    •  Scoprire e valorizzare ciò che ha, ma che non sa di avere.
    • Leggere la realtà in modo più positivo e costruttivo.
    • Pianificare azioni concrete.
    • Avere obiettivi chiari e raggiungibili.
    • Inquadrare il presunto problema in una cornice diversa.

Perché le nostre domande dovrebbero essere potenzianti, e cos’è una domanda potenziante?

Una domanda potenziante è una domanda specifica, orientata alla soluzione. Si potrebbe chiedere:

  • Cosa puoi imparare da questa esperienza?
  • Se dovessi di nuovo trovarti di fronte a una situazione simile, cosa faresti di diverso?
  • Come pensi di affrontare questa situazione?
    • Hai pensato a delle strategie?
    • Hai un piano di azione?
  • Se il tuo migliore amico o una persona a te molto cara si trovasse in questa situazione quali consigli gli daresti?
  • Se sei titubante nell’agire, chiediti cosa ti impedisce di agire,
    • cosa ti frena
    • quali sono gli ostacoli
    • cosa puoi fare per rimuoverli.
  • Ci sono cose che devi smettere di fare?
    • o fare di più?
    • o di meno?
  • Cosa puoi fare di nuovo e di diverso?
  • Hai pensato a una soluzione più creativa?

È importante guidare la persona a inquadrare il presunto problema in una cornice diversa, affinché sappia fare tesoro del momento presente e trarre preziose lezioni di vita dai suoi presunti errori e fallimenti.

Pertanto quando qualcosa non va per il verso giusto o disattende in qualche modo le nostre aspettative, anziché piangerci addosso, lamentarci, addossare la colpa ad altri, imprecare contro la vita, possiamo fluire intelligentemente con essa, accogliendo la nuova situazione e facendo in modo che lavori per noi e non contro di noi.

Come diventare un insegnante coach - Rifici Bianca

Cosa possiamo fare per inquadrare il problema in una cornice diversa?

  1. Smettiamo di giudicare noi e gli altri.
  2. Lasciamo da parte il vittimismo.
  3. Non concentriamoci sul perché qualcosa è andato storto o male.
  4. Chiediamoci piuttosto cosa possiamo imparare da quell’esperienza che bolliamo come “negativa”.
  5. Chiediamoci come può servirci, come sfruttarla per migliorarci.
  6. Cerchiamo di capire quale errore abbiamo commesso e quali errori staremo attenti a non ripetere più in futuro.
  7. Studiamo delle strategie per evitare che ciò che è successo si ripeta.
  8. Facciamo in modo che la prossima volta, di fronte ad una situazione simile, gli avvenimenti prendano una piega diversa.
  9. Stabiliamo un piano di azione cercando di avere le idee chiare su ciò che desideriamo.
  10. Chiediamoci a quale risorse possiamo attingere.

E per finire ricordatevi che se volete comportarvi da coach

  • Non dovete MAI giudicare la persona.
  • MAI sminuire la gravità del problema, se la persona lo avverte come tale.

Ciò che per voi è facile, può essere per l’altra persona difficile come scalare l’Everest.

  • Non ditegli MAI cosa deve fare,
    • come deve agire,
    • quale sono le possibili soluzioni

Il coach non suggerisce, non consiglia, ma aiuta la persona  a fare chiarezza sugli obiettivi da raggiungere e la aiuta ad attingere alle proprie risorse e potenzialità.

IL COACH RENDE LA PERSONA CONSAPEVOLE DEL PROPRIO POTENZIALE

“Puoi credermi o non credermi ed è meglio che non credi, verifica e saprai. Sapere è meglio che credere” – Luciano Tiberi

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Critiche costruttive e feedback efficaci

Siete datori di lavoro, dirigenti, insegnanti, genitori… ? Indipendentemente dal ruolo che svolgete, giornalmente, sul posto di lavoro, in famiglia, nelle attività sociali, date e ricevete dei feedback. Sapete dare dei feedback efficaci? Ma che cos’è un feedback? E cosa rende i feedback efficaci?

Il dizionario Sabatini Coletti definisce il feedback come l’effetto retroattivo di un messaggio su chi lo ha prodotto, l’effetto di un evento su chi lo ha generato.

È una sorta di verifica, riscontro, commento, critica, informazione di ritorno su un dato comportamento o prestazione che permette a chi la riceve di rendersi conto dei suoi punti di forza e di debolezza, di cosa va potenziato e attenzionato per raggiungere un obiettivo o migliorare un dato comportamento.

Abbiamo due tipi di feedback:

  1. Feedback positivo relativo a una prestazione lavorativa o un comportamento di buon esito.
  2. Feedback negativo o correttivo relativo a una prestazione o a un comportamento che necessita di miglioramenti e azioni correttive.

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Dai il meglio di te stesso

Sii il meglio di qualunque cosa tu possa essere! Rendi straordinaria la tua vita! Investi su di te, sfrutta le risorse di cui disponi per migliorarti.

“Dovete continuare a crescere e a progredire. Ogni giorno dovete introdurre qualcosa di nuovo nella vostra vita. La vostra responsabilità principale è nei confronti di voi stessi.
Se non la pensate così, non potete dare niente a nessuno. Potete dare soltanto ciò che avete. Se diventate vivi, se attraversate il mondo a passo di danza, facendo cose pazze, diventate affascinanti.
È l’affinità che ci avvicina, ma è la novità che ci tiene insieme. Siate saggi, siate stimolanti, siate eccitanti, condividete idee nuove, crescete, progredite, evolvetevi. Non siate mai prevedibili!” – Leo Buscaglia

Mio alleato è la forza, ed un potente alleato essa è! La vita crea ed accresce, la sua energia ci circonda e ci lega, illuminati noi siamo! Non questa materia grezza! Tu devi sentire la forza intorno a te, qui, tra te, me, l’albero, la pietra, dovunque! Si, anche tra la terra e la nave…
(Dal film Stars wars)

“Si vive una volta sola. Ma se lo fai bene, una volta è abbastanza” – Joe E.Williams

“È importante aggiungere più vita agli anni, non più anni alla vita” – Mons. Mariano Magrassi

Il merito della vita non sta nella quantità dei giorni, ma nell’uso che ne facciamo” – Michel Montaigne Continua a leggere